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Colombia

LA GUAJIRA HORROR MOVIE: LA NOSTRA (DIS)AVVENTURA TRA RIOHACHA E URIBIA

UNA STORIA VERA: L’INFERNO COLOMBIANO

Questa foto è stata scattata a Uribia, nel dipartimento di La Guajira, in Colombia, al confine con il Venezuela, una zona di frontiera in prevalenza desertica, dove si percepisce tutta la tensione di un territorio politicamente precario e per di più privo di acqua.

LA GUAJIRA

“Prima che Giuly facesse questo scatto, poco prima, avevamo rischiato di saltare in aria; un carro che trasportava benzina di contrabbando aveva perso una ruota ed aveva invaso la nostra corsia. Fortunatamente per noi, l’autista del nostro autobus era rimasto lucido ed aveva evitato l’impatto per miracolo.
Lì per lì, non realizzammo la portata dell’evento, ma evidentemente qualcuno o qualcosa ci aveva voluto proteggere, concedendoci un’altra possibilità. Nonostante siano passati due anni da quello strano episodio, ogni tanto la mia mente vola a quegli attimi, e mi sembra ancora di sentire la pressione del calore di quell’inferno colombiano. Poi però, repentinamente, smetto di immaginare, ed un senso di gratitudine mi pervade. Infine, un sospiro, un sollievo e niente più, solo la magia incantatrice di un qualcosa che resterà inspiegabile. Per sempre!”

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L’INIZIO DEL FILM: IL VIAGGIO NOTTURNO DA BUCARAMANGA

Il nostro viaggio a La Guajira, verso Riohacha e Uribia, si rivelò un disastro, ma a pensarci bene, sarebbe potuta andarci molto peggio. L’incidente cui scampammo, ci ricordò della precarietà delle nostre esistenze, basta un attimo, e tutto può svanire nel nulla; ma soprattutto ci fece conoscere un volto della Colombia cui non eravamo affatto preparati.
Come avrete capito, il ricordo che abbiamo di questo passaggio, verso le propaggini orientali della Colombia, non fu per noi certo piacevole, poichè al mancato impatto frontale con i contrabbandieri di gasolina, si aggiunse la dura esperienza di Uribia, un pueblo non troppo lontano da Riohacha, dove incontrammo un mondo povero, desolato e deserto.
In questa regione non c’è acqua, e la gente muore di sete. Sono queste le terre dei Wayuu, una delle tante etnie indigene che costellano la mappa etnica della Colombia. Territori desertici, affascinanti in se per sè, quasi inospitali alla vita. Il calore che fa qui è infernale, eppure la gente ci vive.

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Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro del nostro film: come eravamo arrivati sin li, e perchè? Ve lo raccontiamo subito.
Ci trovavamo a Bucaramanga, nel centro della Colombia, dove avevamo deciso di fermarci qualche giorno per riprenderci dai lunghi spostamenti, approfittando dell’ospitalità di un nostro caro amico di vecchia data, che avevamo conosciuto, a sua volta, a Iguazu, in ArgentinaNelson. La sua famiglia fu fantastica nell’ospitarci e nel mostrarci il patrimonio di Bucaramanga, tra cui il grande Cristo Re dentore.
Fu proprio in quest’occasione che il padre di Nelson ci parlò dei territori desertici del nord-est, praticamente al confine con il Venezuela.
In quelle zone, ci disse, vivono popoli millenari, e sono nascosti paradisi, che assomigliano a miraggi.

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Il suo intervento attirò immediatamente la nostra attenzione, e fu così che decidemmo di andare verso Riohacha, prima, e Uribia poi.
Ci aspettava un lungo viaggio nel cuore della notte colombiana, all’interno di un bus che emetteva un aria fredda, o per meglio dire congelante.

L’ARRIVO A RIOAHACHA

Dopo una decina di ore di viaggio, quando era già mattina inoltrata, ci svegliammo bruscamente a causa di un pneumatico che impattò con la parte anteriore del nostro bus. L’impatto in se non fu tremendo, ma sarebbe potuto essere fatale, se il nostro autista non si fosse dimostrato così lucido da mantenere il controllo del mezzo. L’avevamo scampata, ed ora avevamo tutto il tempo per fare mente locale, giacchè l’impatto mise fuori uso l’autobus che rimase lì, sotto la canicola, in attesa di un bus sostitutivo. Passarono almeno due ore, e alla fine arrivammo a Riohacha.

VITAMINA PROJECT
Riohacha è, prima di tutto, una città di passaggio, dove ci si ferma a dormire prima di inoltrarsi alla scoperta del deserto di La Guajira. Non c’è molto a Riohacha, e si fa persino fatica a trovare un ostello (o un hotel) economico, è perchè ce ne sono pochi.
Almeno, però, a Riohacha c’è il mare, ed una brezza costante rende più sopportabile il grande calore. La lunga spiaggia cittadina finisce con un pontile, che dovrebbe essere un punto d’attracco per le mercantili che passano di qui. Non c’è nulla di bello a Riohacha, eppure c’è tutto della città di frontiera, compresa quell’aria nostalgica che pervade tutto l’intorno. Un non-luogo, quasi, lontano da tutto, persino dai sogni, dove noi però, abbiamo trovato sollievo. Era tutto passato, o meglio, stava passando, anche l’incidente, e con lui lo spettro della morte, e la magia della vita che ci chiamava a continuare il viaggio.

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URIBIA, CAPITALE INDIGENA DELLA COLOMBIA

Una volta a Riohacha, non potevamo non proseguire. Il deserto ci chiamava, e con esso, un nome ammaliante ci sibilava nelle orecchie, fino alla follia: Uribia. Il distretto indigeno più importante del nord-est. La chiamano addirittura la capitale indigena della Colombia.

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 La distanza da Riohacha è di circa un’ora e mezza in macchina. I trasporti sono privati e cari, perchè qui non arrivano bus.
Si è soliti, perciò, condividere un taxi, per diluire la spesa, e così abbiamo fatto noi. L’impatto con la città è forte, siamo in pieno deserto, fa caldissimo, l’acqua scarseggia e gli edifici sono di cemento. Qui e là rifiuti di ogni tipo, strade dissestate, cumuli di macerie. Un altro non-luogo. Sotto uno dei pochi alberi, c’è un uomo seduto su un muretto, appoggiato passivamente alla sua bicicletta, che ci guarda. Accanto a lui un bue bianco, mansueto e indolente. Cosa ci faccia lì, proprio non sapremmo.

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Quando rientrammo a Riohacha, faceva un caldo ancora più forte, per strada non c’era nessuno, solo sibilava il vento, e all’ombra di una casa, all’imbocco di uno stretto vicolo, c’erano dei signori che giocavano a carte, immersi quasi in una dimensione parallela. Non c’è verso di farli distogliere dal giuoco. Poi, ad un tratto, la bolla si ruppe, due di loro, distolsero l’attenzione dal tavolo e la spostarono verso di noi, con uno sguardo curioso, di chi sa qualcosa che non dovremmo sapere….

GUAJIRA

 

Rocco D'Alessandro

Archeologo, accompagnatore turistico e traduttore, ama leggere e fare sport di ogni genere.

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