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EGITTO: E’ PERICOLOSO VISITARE IL CAIRO?

Prima di partire per il Cairo aleggiavano sulla nostra intenzione sempre le solite affermazioni: “E’ pericoloso, ma dove andate? Ma se prendete il Covid, poi sapete che vuol dire essere curati in Egitto?” E ancora: “Ma perché andare proprio in Egitto in un momento come questo?” ecc, ecc, ecc… Noi però non siamo soliti ragionare in base alla pericolosità o alla presunta tranquillità di una destinazione, no, e se arriva la “chiamata” di quel Paese, noi prendiamo e partiamo, consapevoli che il più delle volte sono i pregiudizi e le paure a tenerci incollati nella nostra bella area di confort. D’altronde se non avessimo ignorato i soliti cliché, non avremmo viaggiato per oltre un anno in America Latina da soli, senza prendere aerei e procedendo solo via terra. Ricordiamo bene che il maggior ostacolo in cui ci imbarcammo nell’organizzare un viaggio come quello fu dato dai condizionamenti altrui, e se avessimo dato retta alle dicerie, saremmo rimasti sicuramente a casa. Ma che cos’è la vita se non diamo ascolto al nostro cuore? Che poi non si tratta mica di rischiare inutilmente, ma semplicemente di seguire l’istinto. Bene il nostro istinto, in questi casi, ci dice sempre di partire, perché per noi il viaggio è vita, e ci sentiremmo più insicuri a rimanere a casa con il dubbio atroce di aver fatto la scelta più comoda. Infatti, il nostro motto è:

“Comodità non è verità”

E la verità è che al Cairo abbiamo incontrato solo gente cordiale, divertente, ironica e con grande spirito di sopravvivenza, d’altronde per vivere al Cairo occorrono tante qualità è soprattutto un grande spirito vitale. Vediamo perchè.

IL PRIMO IMPATTO CON IL CAIRO

Come raccontavamo in questo articolo su I LUOGHI PIU’ BELLI DEL CAIRO, l’impatto con questa città è stato divertente e del tutto inaspettato. Ad accoglierci, un mondo totalmente alla rovescia dove l’unica regola è che non ci sono regole. Tassisti contromano, pastori con greggi di pecore tra i vicoli di Giza, una costante nube di smog e di calura che rende il paesaggio sempre grigio e poi attraversamenti pazzi da una corsia all’altra e tanta, tanta cordialità da parte del popolo egiziano.

In effetti bisogna prendere un po’ la mano con la vita di questa città, che alla vista e anche nelle maniere è quanto di più diverso possa esserci da una città europea. Diciamo che il Cairo è un delirio, e specie nella zona di Giza appare molto degradata, sporca ma non per questo insicura, anzi non abbiamo mai percepito, nemmeno di notte e nei vicoli, alcun sentore di tensione e pericolo. Bisogna solo un po’ abituarsi ai ritmi e alle dinamiche di questa folle metropoli.

IL CAIRO: QUALI PERICOLI?

A dire il vero, e ad essere onesti, al Cairo non ci siamo mai sentiti in pericolo, ma sempre ben accolti. E non risiedevamo nella zona turistica dell’ Old Cairo, bensì in quella più degradata e complessa di Giza, che nonostante la presenza delle Piramidi si è trasformata nel tempo in una gigantesca favela, polverosa, sporca, trafficata e super inquinata. In un certo senso l’impatto è stato duro, ma come sempre accade non c’è troppo da fidarsi dell’apparenza, così non appena ci siamo assestati e abituati a quel mondo fin troppo scoordinato, ecco le sorprese. In una zona popolare dicono ci siano più rischi, in verità noi pensiamo che in generale il popolo è sempre ben disposto ad accogliere lo straniero, ma ovviamente molto dipende dall’attitudine dello straniero.

“Nostra intenzione è sempre stata quella di voler cercare un contatto disinteressato, intenzione premiata sin da subito, giacché gli egiziani hanno un’innata predisposizione al commercio, allo scambio di battute, all’interazione, e questa loro natura aiuta molto lo straniero. Poi con un sorriso e un saluto si può andare ed entrare dovunque. Come quando abbiamo deciso di entrare nei vicoli di una delle zone più popolari di Giza, dove grazie a un pallone è scattata subito la magia”.

Oppure quando ci siamo seduti in uno dei tanti caffé locali, frequentati solo da uomini arabi lontano da quelli turistici del lungo Nilo. Anche in questo caso è bastato chiedere loro di fumare narghilè e voler imparare le regole del domino, che subito è scattata la scintilla.

Sono state sere speciali, estremamente cordiali, e nonostante il gap della lingua (nelle zone popolari del Cairo quasi nessuno parla inglese) abbiamo riso scherzato e imparato da loro perfino a giocare a Domino alla maniera araba. Spesso, basta la voglia di voler conoscere, la curiosità di sapere come vivono gli altri, e si finisce per scoprire abitudini e tradizioni singolari ed esotici.

“Quando viaggiamo, amiamo entrare in contatto con la gente del posto. Con il tempo abbiamo imparato a passare discretamente e ad interagire spontaneamente con la popolazione locale. Nel nostro ultimo libro “Tracce dal Sud” raccontiamo proprio le molte genti indigene incontrate nel corso di 13 mesi di viaggio solo via terr

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UN MONDO ANCORA MASCHILISTA

C’è un però a tutto questo, la disparità dei diritti tra uomini e donne. Una divisione dei ruoli ancora netta. Basta sedersi a un caffé la sera e gettando un rapido sguardo in giro non si vede una donna. Sono tutte a casa. Le donne si occupano della famiglia, di andare a comprare al mercato e certo molte lavorano, ma poche sono emancipate.
Questo gap, è ancor più netto a Giza, dove permangono dinamiche societarie più tradizionali rispetto alla moderna Heliopolis e alla turistica Old Cairo.

Esserci mossi in 3 uomini per le strade del Cairo certamente ci ha agevolato, facilitando l’interazione e il dialogo con la gente. Al contrario, per una donna europea non è così scontato muoversi, specie se viaggia con abiti “troppo occidentali”. Bisogna tenere in considerazione che, anche se il Cairo viene ritenuta una città moderna, le donne locali indossano ancora il velo, e una minima parte di esse perfino il burka.

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Rocco D'Alessandro

Laureato in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia. Accompagnatore turistico professionista dal 2011. Docente Ditals 2° livello - Abilitato dall'Università degli Stranieri di SIENA. Traduttore letterario e vincitore del Premio Andersen 2019. Animato da una grande passione per la Letteratura Latinamericana e per l'Amazzonia. In possesso di un Master Universitario in Management del Patrimonio Artistico e Culturale (Università IULM) e di Master in Web Marketing (Università G.d'Annunzio CH-PE). Parla fluentemente Spagnolo, Inglese e Portoghese brasiliano

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