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VIAGGIARE PER SOPRAVVIVERE, LA FOLLE PARABOLA DELL’EROE MODERNO

Una parola, un concetto, un’illusione attanaglia oggi più che mai le nostre coscienze: si chiama “viaggio” ed una volta sfiorato, finisce per cambiarci in maniera irreversibile, mandando in frantumi tutte le nostre convinzioni. È la potenza del viaggio, che come una forza vitale ci spinge ad assecondare il suo richiamo, a volte come fosse un’ossessione. Ma perché è così forte questo stimolo? E perché è rimasto assopito così a lungo? Ma soprattutto perché dovremmo assecondarlo, andando contro tutto e tutti?

Semplice riflessioni, di carattere personale, che però vogliono insinuarsi in quella che in genere chiamiamo “mente collettiva” e che quindi ci abbraccia in un unico cervello, quasi fossimo un unico essere vitale. E allora la domanda principale è la seguente: questa pulsione così forte, che noi chiamiamo “viaggio”, non sarà forse la diretta conseguenza di un’insoddisfazione personale e sociale?
Ci siamo chiesti, quanto incide nel nostro bisogno di partire questa nostra società occidentale, che da troppo ci opprime, non lasciandoci il minimo spazio vitale, che in qualsiasi altra umanità si chiamerebbe libertà?

QUEL SENSO DI ASFISSIA CHE CI ASSALE

Partiamo da lontano, quindi, senza mai perdere di vista le nostre due keywords principali: viaggio e libertà. E ci vengono subito in mente, inevitabilmente, tutte quelle civiltà del cosiddetto “sud del mondo”, molto meno strutturate e comode, ma anche più precarie e libere. Certamente più vere! Noi invece viviamo in un mondo concluso e totale, arginato da leggi, norme e burocrazie che ci impediscono di vivere secondo natura.
Che sia in Europa, negli Stati Uniti, in Australia, in Canada, le società scientifiche imprigionano le nostre vite. È più forte che mai, oggi, il senso di asfissia che ci avvolge quando viviamo nelle città, e ancor di più nelle metropoli. Sembriamo palline impazzite che schizzano rimbalzando tra le pareti di un sistema chiuso in una campana di vetro. I viandanti non si aggirano più tra i boschi, come facevano un tempo, bensì tra i palazzi delle città moderne che hanno invaso la Natura. E come potremmo mantenere la serenità mentale e fisica in un mondo così opprimente? Come potremmo esprimere la nostra vera essenza di esseri naturali?
Resistiamo, proviamo a resistere, violentandoci, solo perché ci impongono di farlo, solo perché ci hanno messo a credere che questo ormai è l’unico dei mondi possibili, l’unica maniera di assicurarci un futuro. Vivere, schiavi di un sistema intransigente ed ateo che ci vuole solo al suo servizio, e fa di tutto per mantenerci in vita. Eppure siamo suoi figli, o meglio matricole, logaritmi di un sistema “superiore”.
Si può resistere a tutto ciò? Forse sì, ma a caro prezzo, diventando folli, o apatici, automi che stanno perdendo l’amore e la spiritualità. Ma ecco, che all’improvviso, sull’orlo di una crisi di nervi, una vocina ci coglie, un sussurro flebile, che ci giunge dagli abissi più reconditi del nostro io e ci dice: “esci da questo sistema, scopriti, segui i passi dei tuoi antenati, leggi, ama, viaggia!”  

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IL VIAGGIO COME URLO VITALE

Chi riesce a dar ascolto a quella vocina, certamente per puro spirito di sopravvivenza, riesce anche a raggiungere la superficie e ingoiare quelle molecole vitali di ossigeno che si stavano allontanando sempre più, assieme al sole e alla luce. Viaggiare per sopravvivere, per tornare ad ascoltarsi ed ascoltare i miracolosi arpeggi che ogni giorno, lontano dalle nostre città metalliche, la natura lancia nell’aria con dolce armonia. Ecco quindi che la strada da seguire è quella naturale, dobbiamo tornare ad attraversare i boschi e se necessario, i deserti per capire che oltre la frontiera istituzionale vivono altri popoli ed altre genti più semplici, più povere, ma più felici nella loro semplicità immateriale. Ma non prendeteci per ingenui, lo sappiamo che il progresso ci ha salvato dalla miseria, ci ha donato un’aspettativa di vita lunga, quasi infinita, ma è pur vero che ha finito per allontanarci dalla nostra Madre, quella terra, quell’erba che ci fanno sentir vivi più che mai.
E allora, vi chiediamo: a che serve vivere senza poter vivere, senza provare l’emozione del freddo e del dolore fisico?

“Per quanto possa essere profondo, qualsiasi dolore fisico non sarà mai così lacerante come l’insoddisfazione che ci attanaglia nel vedere scorrere in maniera insensata i giorni delle nostre vite, passate a ripetere gesti meccanici che in gergo chiamiamo lavoro.”

E allora ecco spuntare misteriosamente dalle pagine ingiallite di un vecchio libro, il prototipo dell’anarchico viaggiatore, colui che non si vuole assumere responsabilità sociali, rifiutandosi di assumere qualsiasi posizione, Egli vuole soltanto vivere, rifiutandosi di definire concretamente l’imprevedibile potenzialità della vita: aperto e disponibile al desiderio come alla rinuncia, rapace e fuggiasco, come un felino che sfugge nella notte a qualsiasi impegno morale o politico. È lui il vero eroe dei nostri tempi, l’anti-eroe della nostra società, “l’oltre-uomo” nietzscheano che ascolta con armoniosa grandezza il richiamo delle pulsioni vitali.
Colui che rifiuta di essere irretito da una società sempre più opprimente, ed ecco spiegato perché i viaggiatori moderni diventano modelli da imitare, personaggi leggendari da osannare per le loro gesta eroiche. Ma in fondo chi sono i viaggiatori se non “eroi normali” che però, a differenza di tutti gli altri, hanno sputato sul compromesso e si sono messi in cerca di se stessi, rischiando?

Ed ecco che il viaggio diventa una reazione al nichilismo della civiltà occidentale-moderna, fredda e apatica, dove la magia e la poesia sono state messe al bando, forse perché unici antidoti possibili ad un sistema sempre più meccanico e scientifico?
Forse si, ed allora, oggi più che mai, dobbiamo uscire dalle nostre capsule, allontanarci da Babele, ritornare a calpestare i campi, ad esplorare foreste, a scoprire tesori e rovine, ed anche se non esistono più questi tesori noi crediamoci, mettiamoci in cammino, viaggiamo, perdiamoci nella notte, o sotto il sole cocente, scaliamo montagne, attraversiamo ponti sospesi sul nulla, penetriamo culture, parliamo tutte le lingue che possiamo, anche e soprattutto quelle che non conosciamo, torniamo a piangere e a leggere libri, a fare l’amore sugli scogli o in piedi, sotto un albero millenario, ascoltiamo il suo respiro, il respiro del mondo che ancora esiste lì fuori…
Viaggiare è sopravvivere oggi come sempre e più che mai, perché in fondo, come sosteneva Hansum Knut, padre immortale della letteratura norvegese: quale profitto c’è a spogliare la vita di ogni poesia, di ogni sogno, di ogni misticismo e di ogni menzogna?  

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Noi questo non lo sappiamo, e nel dubbio viaggiamo!
Possiamo essere tutti eroi.

Rocco D'Alessandro

Archeologo, accompagnatore turistico e traduttore, ama leggere e fare sport di ogni genere.

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