Quella dei Laghetti di Marinello è stata una delle più belle scoperte naturalistiche fatte nel corso del nostro ultimo viaggio in Sicilia on the road, due settimane passate a scoprire una regione meravigliosa, per cui non basterebbe una vita, vista la bellezza dei suoi tesori naturali, storici e antropologici. In questo articolo vogliamo parlarvi di una riserva non famosa come la Riserva dello Zingaro o quella di Vendicari, ma altrettanto suggestiva. Sei pronto a scoprirla con noi?
Da piazza Quasimodo, a Tindari, la costa sotto il santuario si vede tutta insieme: una lingua di sabbia chiara che entra nel Tirreno e trattiene dietro di sé alcuni specchi d’acqua ferma. Quella sabbia è arrivata tardi. La laguna si è formata fra il 1865 e il 1895, per movimenti tettonici e per il modo in cui le correnti lavorano questo tratto di costa, e da allora non ha mai smesso di muoversi: forma e numero dei laghetti cambiano con le stagioni e con le maree. Chi torna a Marinello dopo due inverni trova un disegno diverso da quello che ricordava.
È la riserva naturale orientata dei Laghetti di Marinello, poco più di quattrocento ettari nel territorio di Patti, istituita nel 1998 e gestita dalla Città Metropolitana di Messina. Insieme ai laghi di Ganzirri è quello che resta degli ambienti salmastri costieri della Sicilia nord-orientale, e sta a mezz’ora di autostrada da Milazzo e a tre quarti d’ora da Messina.

DOVE SI TROVANO I LAGHETTI DI MARINELLO E COME SI ARRIVA
La laguna sta ai piedi del promontorio di Tindari, fra Oliveri e Patti, sulla costa tirrenica del Messinese. In auto si esce dalla A20 al casello di Falcone e si seguono le indicazioni per Oliveri: si attraversa il paese e da lì la zona lagunare è segnalata.
Il treno qui è un’alternativa concreta. La stazione di Oliveri-Tindari, sulla linea Messina-Palermo, sta a settecento metri dalla riserva, e ci si arriva a piedi dal binario. Se invece scendete da Tindari, il punto di riferimento è piazza Quasimodo: da lì si va al mare a piedi lungo il sentiero, oppure si riprende l’auto e in cinque minuti, passato il centro di Oliveri, si è alla laguna.
COSA SAPERE PRIMA DI ANDARE
Si entra liberamente e non serve un permesso, e forse è per questo che chi arriva d’estate dal parcheggio non sempre si accorge di essere dentro un’area protetta.
Le regole della riserva sono poche e precise. Il bivacco è vietato. Fermarsi con l’ombrellone si può, e ognuno può portarsi le bottiglie d’acqua che gli servono. I rifiuti non si lasciano a terra. A fine agosto 2026 l’ente gestore ha rafforzato i controlli delle guardie della riserva, dopo aver completato la pulizia straordinaria dell’arenile, della punta e delle calette: da lì sono usciti copertoni, plastica, corde e frammenti metallici, in parte portati dalle mareggiate e in parte lasciati da chi ci era stato.
Nei laghi non si nuota. Sono acque basse e salmastre, con i fondali fangosi dove vive il ghiozzetto macrocefalo, un pesce di pochi centimetri che sta soprattutto nel laghetto Verde. Il bagno si fa dall’altra parte del cordone di sabbia, in mare aperto, sull’arenile e nelle calette verso la punta.
Portate acqua e un cappello, perché sulla sabbia non c’è ombra. Scarpe chiuse se avete intenzione di camminare: il sentiero ha tratti di ghiaia e di roccia.

IL SENTIERO CODA DI VOLPE
Dall’alto la laguna si legge meglio. Il sentiero Coda di Volpe parte da piazza Quasimodo, costeggia il santuario e scende ai piedi del promontorio: milleduecento metri, duecentotrentasei di dislivello, circa settantacinque minuti di cammino. Intorno c’è la macchia mediterranea di questi versanti aridi, euforbia, mirto e cappero, e più si scende più la laguna si apre sotto di voi.
Nel 2026 la Città Metropolitana di Messina ha ripulito il tracciato per circa milleseicento metri, con pulizia e scerbatura. Resta un’ordinanza del 2023 che chiude al transito il tratto iniziale a valle quando ci sono eventi meteorologici avversi, perché quel pezzo passa dentro l’alveo di un torrente. Con il cielo carico, informatevi prima di incamminarvi.
Sulle pareti che chiudono la laguna si aprono diverse grotte. La più nota è quella di Donna Villa, con stalattiti, stalagmiti e colonne, difficile da raggiungere perché sta a strapiombo sul mare. La leggenda dice che ci vivesse una maga che attirava i marinai con il canto e li divorava, e che quando una preda le sfuggiva sfogasse la rabbia contro le pareti, affondandoci dentro le dita.
Il versante ovest della riserva resta invece precluso. È il tratto che dal promontorio di Mongiove arriva fino alla laguna, fatto di calette e grotte marine, e non ha collegamenti a terra: il finanziamento della ciclopedonale Mongiove Grotte-Tindari è saltato, e da anni si torna a proporre di usare per il turismo la vecchia ferrovia fra Patti e Oliveri, con tre fermate intermedie a Mongiove, Valle di Tindari e Laghetti di Marinello. Per ora quella parte si guarda dall’alto o dal mare.
MARINELLO: I LAGHI CHE NON STANNO FERMI
I nomi che troverete sulle carte sono sei: Marinello, Mergolo della Tonnara, Nuovo, Porto Vecchio, Fondo Porto e Verde. Quanti ne vedrete dipende da quando andate. Il mare sposta sabbia e ghiaia lungo la costa, il cordone si allunga e si ritira, e a ogni stagione la laguna cambia numero di specchi d’acqua e profondità.
L’area è tutelata anche come sito della rete Natura 2000, la Laguna di Oliveri-Tindari. Le pareti rocciose che sovrastano la riserva sono il posto dove si fermano e nidificano gli uccelli migratori: il gheppio, il corvo imperiale e il falco pellegrino, che è la specie più rara delle tre.

LA MADONNA NERA E LA BAMBINA
Sopra la laguna, sul punto più alto del promontorio, c’è il santuario della Madonna di Tindari, costruito dove stava l’acropoli della città antica. La statua è scolpita in legno di cedro, la Madonna tiene in braccio il Bambino, e alla base c’è la scritta che viene dal Cantico dei cantici, Nigra sum sed formosa.
La leggenda che si racconta da queste parti lega la statua alla sabbia che avete sotto gli occhi. Una madre arriva al santuario per ringraziare della guarigione della figlia, vede il volto scuro della Madonna e le sfugge una frase di delusione. Uscendo dalla chiesa la bambina le scivola dalle braccia e precipita dal promontorio. Il mare si ritira, e sotto il corpo della bambina si forma la sabbia che la salva. Quando la punta si allunga verso il largo, c’è chi ci vede ancora il profilo di una figura con le braccia aperte.
TINDARI, SOPRA LA LAGUNA
Se siete arrivati fin qui, la giornata si chiude in alto. Tindari la fondò Dionisio I di Siracusa nel 396 a.C. con i mercenari che avevano combattuto contro Cartagine, e Cicerone la chiamò nobilissima civitas. Restano le mura, le terme, un isolato romano completo e il teatro di fine IV secolo a.C., scavato nella conca naturale della collina, con una cavea da tremila posti che in epoca romana venne trasformata per i giochi dell’anfiteatro.

L’area archeologica, risalente al periodo greco-romano, si visita a pagamento e comprende l’Antiquarium costituito da 10 sale, che propone, in un continuum cronologico, un viaggio nel tempo dall’età neolitica all’età bizantina (V millennio a. C.-VII sec. d.C.). Si tratta di un sito di antichissima fondazione che vanta una continuità di vita da

Dal promontorio si vedono il golfo di Patti, le Eolie in fila e, sotto, la laguna. Da lassù si capisce anche quando conviene tornare: a maggio e a ottobre la luce è bassa, i colori dei laghi si distinguono uno per uno, e sul sentiero trovate poca gente.
Ringraziamo Carlo Cucuzza di Sicilianmagpie, per il contributo attivo nella realizzazione di questo articolo.
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