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Brasile

NAVIGANDO IL RIO DELLE AMAZZONI: TEFÉ IL CUORE DELL’AMAZZONIA

Tre giorni di navigazione, tanti ce n’erano voluti per raggiungere Tefé, una remota città nel cuore dell’Amazzonia, situata a 595 km ad ovest di Manaus e raggiungibile solo via fiume. Quel passaggio, così inatteso, si rivelò ben presto una tappa fondamentale per la nostra scoperta dell’Amazzonia, nonché un’occasione unica per addentrarci nel cuore di una foresta vasta quanto mezza Europa. La storia è andata più o meno così :

UNA PICCOLA PREMESSA DI 3000 km

Ci trovavamo da alcuni giorni a Manaus, cercando di capire come proseguire. Il nostro viaggio lungo il fiume più lungo del mondo era iniziato nell’agitato porto di Belem do Parà, versante Atlantico, senza un piano consolidato, di fatto non avevamo idea di dove fossimo diretti e avevamo la sensazione di andare alla deriva.
Il territorio amazzonico è un universo a parte, e reperire le giuste informazioni, stando davanti ad un computer, è praticamente impossibile. L’unica cosa da fare è comprare un’amaca, salire sulla prima barca e passare alla fase operativa. E così avevamo fatto.
Da Belem avevamo navigato 3 giorni circa, per fermarci a Santarem e subito dopo ad Alter do Chaõ, nel cuore della Foresta Nacional do Tapajos. Infine Manaus. Manaus significava la metà esatta del nostro tragitto, giacché si trovava esattamente a 3000 km da Belem e ad altrettanti chilometri dalla frontiera con Perù e Colombia (Leticia). Una sorta di linea di confine, dopo di ché c’è l’ignoto, l’inatteso. Qui finisce “l’Amazzonia conosciuta” e inizia un mondo favoloso e inquieto.
Proprio a Manaus, precisamente in un ostello sgangherato del centro storico, nei pressi del Grande Teatro Amazonas, avevamo conosciuto Ciça, una giovane antropologa, con cui avevamo subito stretto amicizia. Era stata lei a parlaci della prima volta di Tefé e di un fantomatico Istituto di Ricerca dove forse avrebbero potuto recepire la proposta del nostro Progetto Vitamina. Ciça ci disse che Tefé si trovava nel cuore dell’Amazzonia, e quell’Istituto forse avrebbe potuto aprirci molte porte. Fu così che decidemmo di ascoltare il consiglio della nostra amica e di rimetterci in cammino.

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L’ARRIVO A TEFÉ

Prima di lasciare Manaus, avevamo pensato (bene) di anticipare il nostro arrivo, chiamando l’Istituto di cui vi avevamo accennato prima, l’Istituto Mamirauà, ente di ricerca tra i più importanti dell’Amazzonia, provando a farci accogliere per fini istituzionali. Nostra intenzione, infatti, era conoscere meglio il mondo amazzonico, e quale migliore occasione di essere introdotti al tema da biologi e scienziati? Una prospettiva unica, entusiasmo alle stelle, salvo poi vederci sminuire dalla voce virile e pacata che rispose dall’altro capo della cornetta. Avevamo provato in tutti i modi a convincerlo, ma purtroppo il ragazzo non aveva potere in merito, l’Istituto era un ente di ricerca, non aperto al pubblico! Al che Giulia provò con un’altra strategia: si mise a raccontare del nostro Progetto Vitamina e del nostro lungo viaggio attraverso tutta l’America Latina, argomento che evidentemente fece vibrare le corde della curiosità del ragazzo in ascolto.
Si chiamava Glauco, brasiliano di Curitiba, viajero come noi, finito nel cuore dell’Amazzonia per uno strano caso del destino. Probabilmente rimase colpito dal nostro entusiasmo, o forse semplicemente volle aiutarci in qualche modo, fatto sta che, dopo averci pensato qualche secondo, si offrì di ospitarci in casa sua, impegnandosi a fare da tramite con l’Istituto Mamirauà. Incredibile colpo di fortuna che ci ringalluzzì. Eravamo contentissimi, potevamo continuare il nostro viaggio!
Quando arrivammo a Tefé dopo circa 3 giorni di navigazione, era notte, ed il porto dove ci sbarcarono era una squallida rimessa circondata solo da cemento e lamiera. Di Glauco nemmeno l’ombra!

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Passò mezz’ora, poi quarantacinque minuti, poi un’ora, e quando ormai ci eravamo rassegnati alla peggiore delle sorti, vedemmo arrivare di gran carriera una moto guidata da un centauro con un casco integrale tutto nero e con indosso una canottiera bianca. Io e Giulia rimanemmo lì per lì interdetti, poi l’uomo si tolse il casco e agitò al vento la sua folta chioma argentata. Era Glauco ed i suoi occhi azzurri brillavano come fari nella notte. La nostra avventura a Tefé poteva finalmente iniziare!

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ALLA SCOPERTA DELLA CITTÀ

Eravamo stati fortunati, Glauco faceva parte di un gruppo di ragazzi eccezionali che ci accolsero sin da subito con grande generosità. Studiosi, ricercatori, biologi, oceanografi, ma prima di tutto persone semplici, umili e spensierate con cui passammo giornate di grande profitto. La Casa di Glauco divenne ben presto il quartier generale dove ritrovarci per pianificare le nostre esplorazioni.

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Tra una tapioca ed un piatto di spaghetti rigorosamente al dente, Glauco e Co. ci introdussero la particolarità di quel remoto angolo di mondo dove uno strano e benevolo destino ci aveva spedito. Ci parlarono così della onça o pantera nera che popola gli incubi dei riberinhos (le popolazioni che vivono lungo il Rio), del Peixe Boi, un mastodontico pesce-mammifero di ben 600 kg che sguazza nelle acque limacciose del Rio Solimoes in compagnia di piranhas, tucuxi (delfino grigio) e del leggendario boto, il delfino albino dalla pelle rosata. Ci raccontarono anche di scimmie dalla peluria bianca e dal volto nero e di alberi alti ben 70 metri, lungo i quali Glauco era solito arrampicarsi per sport e vocazione. Oppure di scenari naturali tanto verdi da emozionare.

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Ma per noi, quei giorni furono anche un’occasione per scoprire la città. Tefé non era affatto bella, tutt’altro, eppure emanava un grande fascino e forse, proprio per la sua lontananza dal resto mondo, aveva un’anima che la faceva percepire ai nostri occhi attiva e dinamica. Di cose da fare ce n’erano davvero molte, e mentre attendevamo il verdetto dell’Istituto Mamirauà, ci dedicammo a scoprire gli angoli più tradizionali di quella città così viva e popolare.
Uno di questi era sicuramente il mercato: caotico, pieno di merci e di genti, il posto ideale dove poter fare colazione o pranzare. Frutta di ogni succo e colore, pesci di ogni dimensione, tuberi, verdure e persino cacao puro. Era il paradiso della varietà, un volano di succhi e gusti unici, presenti solo in Amazzonia.

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L’AVVENTURA LUNGO IL RIO

Ma i ragazzi avevano in mente per noi grandi cose, ed erano ben decisi a farci vivere un’esperienza indimenticabile! Noleggiarono una lancha e ci portarono alla scoperta del grande patrimonio naturalistico che si espandeva generoso appena alle spalle della città. Partimmo dal porticciolo della città, che si trova nei pressi del mercato, con direzione Paradiso.

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Le acque scure e limacciose del Rio Solimoes si aprivano al fluire della barca, generando in noi, provetti avventurieri, qualche disagio dovuto proprio a quel colore cupo. Non era difficile immaginare anaconde gigantesche, mostri marini e pesci carnivori sbucare all’improvviso dagli abissi, ma nonostante quei timori reverenziali, ci facemmo coraggio e ci buttammo in acqua. Il caldo era più forte della paura.

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Dopo un tuffo ristoratore, il nostro viaggio continuò per una mezz’oretta circa, fino a quando non attraccammo la nostra barchetta sulle sponde verdi del Rio.

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In alto, in cima alla collina c’era una delle ultime missioni rimaste in Brasile, la Missione delle Carmelitane, che si erano stanziate lì sin dal 1697. Quello era un posto strategico, perché permetteva di controllare con la vista l’incrocio dei fiumi, e quindi di eventuali avventurieri, regalando uno scorcio imperdibile sull’orizzonte amazzonico.

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La missione delle carmelitane era un luogo ameno, un’oasi verde dove ritirarsi per contemplare le bellezze della natura. Tefé distava da qui appena 30 minuti in lancha, eppure sembrava di stare in un altro mondo, un mondo privilegiato e in pace con Madre Natura. Un luogo davvero bello, che non a caso le carmelitane scelsero per fondare la loro missione. Qualcuno resisteva ancora e la chiesa consacrata al Divino Spirito Santo continuava a richiamare anche ai giorni nostri fedeli e viaggiatori.

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Noi eravamo felici di aver scoperto un luogo così bello e assieme a noi lo erano anche i nostri amici. Nel lasciare Manaus non ci saremmo mai immaginati di incontrare persone così spontanee e genuine. Nell’incertezza, ci eravamo lasciati andare, avevamo osato ed eravamo stati premiati, e per questo non smetteremo mai di ringraziare il nostro destino che ci ha condotto sin qui.

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“In ricordo di quei giorni felici in Amazzonia”

Rocco D'Alessandro

Archeologo, accompagnatore turistico e traduttore, ama leggere e fare sport di ogni genere.

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