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I RACCONTI DELLA COSTA: MR GREEN, IL NORVEGESE VOLANTE

“Gli eventi ivi narrati fanno riferimento alla ormai lontana primavera del 1998, anno che stravolse per sempre le coscienze erranti della placida comunità di Viacora, modesto villaggio di pescatori nascosto tra gli anfratti dell’ignota Costa dei Trabocchi.”

Quando Hamsun approdò naufrago nella piccola insenatura sottostante il colle dell’Acquabella, il mare si era appena calmato dopo una violenta mareggiata che non si abbatteva su quel litorale, con tale intensità, da molto tempo.
Il naufrago, dai lunghi capelli biondi incrostati di salsedine e dalla barba incolta, aveva fattezze di vichingo e chi lo trovò, giurò di non aver mai visto una creatura così imponente. Sembrava un colosso, e le mostruose cicatrici sul costato e le bruciature lungo i femorali, lo rendevano più simile a un guerriero mitologico che a un essere umano. Nell’incontrare quella gigantesca sagoma nordica tra le alghe della piccola insenatura, chi lo trovò non credette ai propri occhi. Zi ‘Ntonie, che aveva fama di vecchio ubriacone, corse subito ad avvisare gli altri pescatori su quanto visto, ma ovviamente non fu preso sul serio, così che il vichingo rimase incosciente sulle fredde pietre marine per ancora molte ore, prima di rinvenire da quell’indefinito stato di incoscienza come da un’improvvisa risalita dagli Inferi.

Era primavera inoltrata, e il tepore del dì neutralizzava in parte la costante brezza marina proveniente da Oriente. Hamsun era inzuppato d’acqua fin dentro alle viscere, perché era rimasto in mare per vari giorni, fino a quando non aveva perso i sensi, lasciandosi andare alla deriva. Verosimilmente, la sua tempra nordica l’aveva salvato da una morte certa per chiunque altro, anche se impiegò molto tempo ancora, prima di riprendersi del tutto e mettersi in piedi, mosso più che altro da un impulso elettrico e istintivo, che gli suggeriva di guardarsi intorno per cercare di capire dove mai fosse finito. Notò una costa desolata, ma dolce, dai tratti rocciosi, dominata da un alto promontorio, sulla cui sommità brillava una piccola macchia di pini marittimi, che rifletteva i raggi solari con tonalità smeraldine. A parte il rumore delle piccole onde, che senza sosta si riversavano sulla battigia, tutt’intorno c’era silenzio.

Notò anche la presenza di alcune barchette adagiate sugli scogli e assicurate alle rocce da un rudimentale sistema di tiranti, ma soprattutto fu attirato da una specie di palafitta in lontananza che, ancorata alla terraferma tramite un esiguo ponticello, si protendeva nelle verdi acque di quel mare sconosciuto, come una curiosa scolopendra.
Non aveva mai visto nulla di simile, ma ad istinto pensò immediatamente a una struttura pescatoria.

Provò anche a scorgere la presenza di qualcuno di vivo, ma nulla, non si vedeva che la costa, velata da una patina di foschia, alle cui spalle predominava una fitta vegetazione di stampo mediterraneo. Provava una sete immonda che gli bruciava le viscere, un’insopportabile arsura che gli offuscava la vista, stordendogli tutti gli altri sensi. Pensò che l’unica cosa da fare fosse inoltrarsi nella macchia, e così fece. Il suo passato da guerrigliero gli aveva impresso nel DNA un’indomabile resilienza, la stessa che gli aveva permesso di sopravvivere tra gli impervi altopiani del Kuwait, dove aveva combattuto come miliziano al soldo degli americani. Dietro le retine aveva ben impressi gli scenari apocalittici lasciati dalle truppe irachene, che nel ritirarsi dai territori occupati, avevano incendiato centinaia di pozzi di petrolio. Nel corso della sua vita aveva visto tanta morte, ma mai si era fatto afferrare da essa.

Una volta desto, Hamsun s’incamminò nel fitto della boscaglia, passando tra pini giganteschi e querce secolari che, sornioni, scrutavano l’incedere dei suoi passi. Sebbene il sole lì fuori fosse ancora alto nel cielo, si trovava ora avvolto da un mondo silvano che lo contemplava con un’avvenente ombra di oscurità. Sentì un brivido corrergli su tutta l’estensione delle enormi spalle, come se la Morte velata di nero le avesse semplicemente attraversate.
Quella sensazione, così fugace, gli suggerì di imboccare un sentiero sterrato che si protendeva, in discesa, attraverso un fitto cespuglio di canne, per poi aprirsi su un piccolo anfiteatro roccioso. Una parete semicircolare abitata da vari esemplari di fico, difendeva un porticciolo attraversato da un rivolo d’acqua limpida e fresca. Senza pensarci, e con le ultime forze rimastegli in corpo, si protese verso la sorgiva, che come una visione allietava l’ameno paesaggio.
Ci affondò la testa e bevve fino a quando non avvertì i primi conati.

Nei giorni che seguirono prese confidenza con il luogo, nutrendosi per lo più di bacche e mele selvatiche, ma aveva fame di carne, e in quel momento avrebbe strappato a morsi qualsiasi essere vivo. Sentiva come un impulso che gli animava i tendini, facendogli ribollire il sangue nelle vene, ma quel mondo così fitto di alberi e rovi sembrava essere impietosamente inospitale e privo di cibo. La fame di Hamsun era così insistente da provocargli dei forti spasmi allo stomaco, ormai annodato di mare e salsedine, fino a quando il gigante non si lasciò andare alla terra, affondando il suo corpo immenso nel letto spesso di aghi di pino, facendosi vincere dall’astinenza. Lo ritrovò ancora una volta Zi ‘Ntonie che, ignorato da tutti, aveva provato a raggiungerlo, senza però, al suo ritorno, ritrovarlo sulla spiaggia. Così, si era messo in cerca dei suoi passi, seguendone le traiettorie scellerate, fino a quando non aveva visto la sagoma camminante del vichingo, barcollare priva di senso, tra i tronchi nodosi del sottobosco.
Questa volta però, aveva fatto in modo di farsi credere dagli altri, e in poco tempo era riuscito a coinvolgere parte della piccola comunità di Viacora, la quale si fiondò sul corpo del forestiero, prendendosene totalmente cura. Nel rinvenire, il vichingo, si era ritrovato avvolto da un nugolo di omuncoli barbuti e vecchie donne avvolte da scialli scuri, che con occhi curiosi non aspettavano altro che il suo primo battito di ciglia. Tornato alla vita per l’ennesima volta, Hansum si era lasciato accudire, senza opporre resistenza, e in poco tempo si era recuperato totalmente, finendo per sentirsi parte integrata della piccola comunità. Era al tramonto della sua vita, doveva avere almeno settant’anni, ma era ancora molto forte e la sua energia vitale lo spingeva a cogliere al massimo l’essenza di ogni singolo giorno.

Con il tempo, Hamsun, aveva sanato anche le ferite del suo contorto passato e aveva cominciato a ricordare. Veniva da Tromso, in Scandinavia, ma se n’era andato subito dal luogo natale, dedicandosi a una vita errante e vagabonda, che lo aveva portato prima a fare il ramponiere sulle baleniere norvegesi, e poi a solcare i mari del nord come pescatore di frodo, prima di dedicarsi alla guerra e assecondare finalmente il suo istinto di soldato di ventura. Nell’animo, però, era un uomo buono, e dietro quell’aspetto glaciale e spaventoso, si nascondeva un cuore aperto, tipico di chi è nato in una terra naturale. Gli autoctoni che lo avevano ritrovato tra le maglie della vegetazione, cominciarono a chiamarlo Mr Green, per via di un tatuaggio che aveva sul petto, raffigurante un grande volto barbuto incastonato in una scritta stilizzata recante i seguenti caratteri: M R G R E E N.

Hamsun era un uomo senza strutture, e il contatto con quella gente lo allietava di spontanea semplicità, tanto da convincerlo a voler rimanere in quello strano luogo naturale fino alla fine dei suoi giorni. Non conosceva i nomi della gente del villaggio, ma gli autoctoni avevano imparato bene il suo, e lo trattavano come un figlio, omaggiandolo di pesce e selvaggina. Quell’inconsueto senso di ospitalità così totale, che non aveva mai provato prima, lo aveva indotto, a un certo punto, a lasciare una traccia in quel mondo silvano, a titolo di riconoscenza, una traccia che avrebbe dovuto ricordare indissolubilmente il suo passaggio, e che alla sua morte sarebbe andata in dono alla comunità di pescatori che lo aveva accolto.

Cominciò a costruire, con le sue mani, una grande statua dai tratti animaleschi, una via di mezzo tra un troll e un fauno. Per dar vita alla sua creatura, però, aveva cominciato a sterminare, senza ritegno, parte del bosco che lo aveva ospitato fino a quel momento. Giorno dopo giorno, quella strana sagoma emergente dal legno, assumeva dei tratti sempre più inquietanti e ossessivi, proprio come la dedizione del vichingo verso la sua opera. Il carattere dell’uomo, fino a quel momento docile e comprensivo, aveva lasciato il posto a un atteggiamento violento e iracondo nei confronti di chiunque provasse a fargli qualsiasi tipo di osservazione. Una notte, stremato ormai da quella folle missione, cadde dalla testa della creatura che stava scolpendo, ruzzolando in un burrone. Claudicante, provò a rialzarsi, ma subito si ritrovò circondato da un nugolo di cinghiali che, ruggenti, sentivano l’odore della preda, e in particolare di colui che stava distruggendo inesorabilmente, con una follia immonda, il loro luogo. Le scrofe, come delle belve dagli occhi sanguigni, provarono ad attaccarlo, ma Hamsun reattivamente afferrò lo scalpellino e con un fendente colpì la giugulare della bestia più grande, la quale inerme cadde a terra. Quell’avvenimento repentino mise sull’allerta le altre fiere che, istintivamente, si diedero alla fuga. Di riflesso il vichingo si gettò sul corpo rantolante della vittima, e con i denti ferini le strappò a morsi parte della gola. Un rivolo di sangue cominciò a scorrere come un magma bollente dal corpo dell’animale, tracciando per terra un indelebile rivolo d’infamia. Zi Ntonie, l’unico che aveva assistito alla scena, giurò di non aver mai visto tanta efferatezza nello sguardo di una singola persona, ma nemmeno questa volta fu ascoltato, e quell’episodio rimase un segreto della notte e delle altre creature del bosco.
Mr Green, ormai posseduto da una fanatismo spietato verso quel mostro cui stava dando vita, non si curava nemmeno più di accogliere il pesce e la selvaggina che la gente della Comunità continuava a portargli in dono, nonostante tutto.
Tuttavia, a un certo punto, gli anziani pescatori del piccolo villaggio si resero conto di esser giunti a un punto del non ritorno, l’uomo venuto dal nulla, figlio del sole e fratello d’Iperione, cominciava a essere un problema enorme per tutti, uomini, bosco e animali.

Riunitisi in consiglio, all’ombra del grande leccio che dominava il colle, approfittando della furia creativa di Mr Green, si decise, all’unanimità, che l’uomo andava cacciato, ma prima di tutto il feticcio andava bruciato.
Durante il sonno del vichingo, nel buio di una notte adriatica priva di luna, gli uomini raggiunsero il corpo di Mr Green e lo stordirono a suon di bastonate, fino a lasciarlo senza sensi. Ebbero, quindi, tutto il tempo di avvolgere la sagoma di legno con della pece bollente, isolarla dalla boscaglia e guardarla bruciare tra le fiamme di un’empia disperazione. Quando Mr Green tornò in sé era già mattina presto, e percepì lo stesso misterioso silenzio di quando era approdato, naufrago, su quella costa sconosciuta. Ancora stordito dalla violenza dei colpi ricevuti, provò a guardarsi intorno, ma ebbe la sensazione di trovarsi, di nuovo, in un luogo estraneo alla sua conoscenza. Non riusciva a distinguere la minima familiarità. La cosa di cui, però, sì si accorse immediatamente, fu la sagoma ormai carbonizzata della divinità di legno.
A quella vista, un dolore incontrollabile gli invase il petto e cominciò a bruciargli tutto il cuore, che a ogni battito gli dava una fitta insopportabile persino per la sua stoica resistenza. In preda al panico e alla nausea, Mr Green cercava con gli occhi un qualsiasi appiglio cui afferrarsi, ma invano, l’unica cosa che notò, fu la grande terrazza naturale del promontorio che si protendeva, seducente, verso l’infinito di quel mare sconosciuto. Con le ultime forze in corpo, Mr Green si levò in piedi e tutto barcollante cominciò a correre verso il vuoto, assecondando il richiamo dei suoi feroci istinti. Un buio totale gli attanagliò la vista e gli occultò il senno, ma ormai era giunto al termine del precipizio e, in bilico su di un vuoto vacuo, si librò nell’aria consegnandosi ai registri del destino e liberando per sempre la coscienza del piccolo villaggio di vecchi pescatori.

“Andò verso i balconi, verso la luce, quasi con impeto. Una lontananza di paese ampia turchiniccia e misteriosa dileguava alla vista, nel languore del giorno. Il sole si inchinava su la montagna, aspergendola d’oro, dolcemente, come su un’amante supina che l’aspettasse. La Majella imbevuta di quel liquido oro, s’arrotondava nel cielo come l’arco d’un seno gonfio”

TRIONFO DELLA MORTE – G.d’Annunzio

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Rocco D'Alessandro

Laureato in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia. Accompagnatore turistico professionista dal 2011. Docente Ditals 2° livello - Abilitato dall'Università degli Stranieri di SIENA. Traduttore letterario e vincitore del Premio Andersen 2019. Animato da una grande passione per la Letteratura Latinamericana e per l'Amazzonia. In possesso di un Master Universitario in Management del Patrimonio Artistico e Culturale (Università IULM) e di Master in Web Marketing (Università G.d'Annunzio CH-PE). Parla fluentemente Spagnolo, Inglese e Portoghese brasiliano

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