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BrasileRacconti di viaggio

SÃO LUIS, LA CITTÀ CHE MUORE

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Per arrivare a São Luís avevamo trascorso, impavidi, ben 31 ore di autobus, attraversando parte dell’arido territorio nordestino.

La voglia di conoscere una città sui generis come può esserlo São Luis ci aveva spinto, però, a superare il trauma di un viaggio così largo e scomodo. Tante erano le suggestioni. São Luis è la capitale del Maranhão, lo stato in cui si trovano i lençóis Maranhenses, candide dune di sabbia intervallate da strisce di acqua cristallina, raccolte in piscine di acqua piovana.

Qui Madre Natura è stata davvero ingegnosa ed è riuscita a disegnare un paesaggio di ineguagliabile bellezza.

Noi, sfortunatamente, eravamo giunti nel Maranhao nella stagione di secca, e quindi quello spettacolo ci era stato praticamente precluso; ci restava quindi una differente prospettiva: conoscere São Luis do Maranhão con tutta la calma di cui disponevamo. Un enorme museo a cielo aperto, il cui centro storico è stato nominato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ci apriva le porte di un grande sogno.

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Quel sogno però si rivelò presto affumicato e confuso. I tanti edifici coloniali di epoca prima francese e poi portoghese, un tempo adornati da splendide maioliche, erano ormai solo l’ombra di quel fasto imperiale; e gli azulejos che portavano la firma dei più grandi artisti dell’epoca, erano solo il riflesso di tale splendore.

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La città era stata fondata nel 1612 dai francesi, ma ben presto fu presa dai portoghesi, che decisero di donarle una parvenza regale, ornando perciò gli edifici del centro cittadino con splendide maioliche. Architettura a parte, São Luís mostrò con il tempo una grande attitudine alla mescolanza culturale, religiosa e artistica ed arrivò ad essere un grande calderone di culture, il cui caldo magma scorre ancor oggi nelle vene delle genti che la abitano.

Neri di origine africana, brasiliani indigeni, criolli, adepti di varie religioni di matrice africana, cattolica, terra di passaggio, terra di schiavi, terra di colonizzazione e avamposto di avventurieri e mercenari. Tutti volevano passare di qui per abbracciare il sole. Questo mix resiste tutt’oggi nel folklore, con la maggior espressione culturale e popolare dello Stato: il Mumba-Meu-Boi ( Una danza folkloristica, con personaggi umani e animali fantastici, che ruota intorno alla leggenda della morte e resurrezione di un bue ).

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Ma a parte questo enorme patrimonio, Sao Luis raccontava una storia triste, e decadente, di una città che ha dimenticato il suo passato e che non sembra tener conto nemmeno del suo presente. Come uno spettro che aleggia nel buio della notte, la città implorava pietà. Nonostante il suo antico vigore, le maioliche dei suo edifici storici trasudavano sporcizia e polvere. Nessuno ormai si dava conto del fasto passato. A quella passività si opponeva però con forza un’altra anima della città, quella musicale del reggae, del jazz e del folklore.
Ed una forte azione rivoluzionaria viene svolta ogni giorno dai locali del lungomare e del centro storico, affinché l’anima di Sao Luis non muoia e continui a risplendere.

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Durante il nostro soggiorno incontrammo un signore dalla pelle nera, un poco trasandato, dai capelli ricci, quasi rasta, neri striati di argento. Avevo appena comprato da un venditore ambulante una cinta di cuoio. Lui osservò la mossa e si accostò con discrezione alla panchina di pietra su cui ero seduto. Dopo aver farfugliato qualcosa mi si sedette accanto, cogliendo nel mio sguardo una tacita discrezione che lo fece sentire ben accolto. Era un po ubriaco, perché emanava un forte odore di cachaça, ma nient’affatto molesto.
Dopo avermi chiesto dov’ero diretto e senza peraltro aver atteso la mia risposta, si allontanò un attimo facendomi segno di aspettare. Da dietro una delle palme della piazzetta dolcemente illuminata, trasse un fascio di foglie di babaçu, che aveva nascosto precedentemente con maestria dietro una palma. Poi tornò a sedersi affianco a me e cominciò a limare la verde fibra, ancora flessibile e malleabile.

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Io, intuendo le sue intenzioni di vendermi quello che avrebbe ricavato da quel fitto gioco d’intrecci, provai a declinare il suo intento, ma senza esito. Decisi allora di ascoltare i suoi racconti che tra un intreccio ed un altro mi narrava. I suoi occhi sembravano fissare un punto indefinito dietro la mia nuca, traendo ispirazione dal nulla, come fosse un cieco cantore illuminato da ispirazione divina.

Mi raccontò di quando aveva lavorato come saldatore subacqueo nelle scure acque del Venezuela, oppure di quando aveva vissuto per mesi nel gelo desolato della Patagonia o di quando aveva insegnato pattinaggio tra i ghiacci di Finlandia. Era stato anche ingegnere navale, ma la cosa che amava fare di più, mi confessò, era sedersi sotto il caldo cielo dei tropici e lavorare le foglie di palma, o levigare il legno.

Mi spiegò che era appena tornato dal cuore dell’Amazzonia, dove stava lavorando al restauro di un veliero spagnolo. Dopo aver terminato quel lavoro ne avrebbe preso il comando e avrebbe attraversato i sette mari, fino a quando il suo fuoco vitale non si sarebbe spento, ed allora sarebbe andato alla deriva con la sua creatura.

Mentre parlava, i miei occhi si perdevano nella notte, immaginando la mia prossima navigazione del Rio delle Amazzoni, e ricordando tutti i miei viaggi passati. Il suo narrare cantilenante mi traeva nelle viscere di un mondo subconscio ed istintivo come fossi in trance. Le onde cerebrali correvano alla velocità della luce e del vento.

Quando quel flusso di parole finì anch’io ritornai nella realtà della panchina di pietra. Nel frattempo il signore dagli occhi scuri e dalle mani magiche aveva terminato il manufatto. Era un cappello rotondo dalla visiera ampia che faceva passare tra le sue strette maglie la giusta aria e la giusta luce. L’ideale per il sole dell’Amazzonia, dove ero diretto. Senza esitare mi porse la sua opera con orgoglio e non volle nemmeno un soldo.

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E con queste parole si congedò: “conservalo con cura e alzalo al cielo quando mi vedrai passare con il mio veliero al largo della costa” “Quale costa?” Gli chiesi io. “Non importa quale, siamo tutti fratelli di un unico mare“.

E svanì nell’oscurità con la leggerezza di un divinità
Rimasi con il dubbio se i suoi racconti fossero frutto della sua fantasia o della sua esperienza, ma non mi importò.

La fede nel mio viaggio mi avrebbe dato una risposta con linguaggi che lì per lì non potevo nemmeno immaginare.

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Rocco D'Alessandro

Archeologo, accompagnatore turistico e traduttore, ama leggere e fare sport di ogni genere.

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