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PanamaRacconti di viaggio

Notizie dalle Terre di Mare: Caraibi Sconosciuti

“Facciamo un brindisi al mare,
l’inesauribile mare, che è il principio e la fine.”
(Dal film di Theo Angelopulos, “Lo sguardo di Ulisse”)
Le città con i porti mi piacciono molto, mi danno l’idea che la vita scorra serena, piacevole nella sua laboriosità. Tutti che schizzano a destra e sinistra, in nome di una propria missione, i gabbiani che vigilano dall’alto sulle teste della gente, mentre le barche, i pescherecci, le navi vanno e vengono non si mai bene da dove.
Heraklion è una di queste cittadine di mare, vivace, non troppo piccola, e dall’odore non troppo forte. Il suo porticciolo interno è carino, sembra un quadro, il mare ed il cielo formano un tutt’uno, di un azzurro intenso, di quelli che stimolano il sentimento.
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In realtà bisogna amare il mare per amare i porti, altrimenti sembra tutto un caos, un pentolone impazzito di situazioni e movimenti, dove si concentrano personaggi poco raccomandabili, edifici usurati dalla brezza e dalla salsedine, ed odori nauseabondi di pesce morto.
Io vengo dal mare, nel senso che sono nato in un paesino della costa adriatica, Ortona, ed il mare ha sempre rappresentato il nucleo di ogni mio pensiero, da piccolo come da grande.
Qui ad Heraklion mi sono sentito a casa, mi è sembrato di rivedere gli stessi colori, le stesse barche, e lo stesso cielo. Certo, si tratta di una suggestione, ma già un’altra volta avevo sentito la medesima sensazione.
Quella volta mi trovavo in Messico, e dopo una lunga giornata di tribolazioni ero arrivato a Puerto San Felipe, un villaggio di pescatori che mi avevano detto essere interessante.
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Si respirava un’aria serena, le case erano in legno colorato e c’era la stessa luce di Ortona e di Heraklion. Persino i gabbiani sembravano gli stessi, ed il pesce appena pescato profumava allo stesso modo.
Forse l’unica cosa che cambiava era il cielo, di un azzurro ancora più intenso, ma per il resto anche lì mi era parso di essere a casa.
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Come in tutte le città di mare, la prima cosa che faccio quando arrivo, è poggiare tutti i miei bagagli, che per la verità non sono molti, indossare un paio di infradito e dirigermi al porto, a guardare il mare. Quello strano magnetismo che quasi guida i miei passi e poi il mio sguardo, sembra provenire dall’orizzonte. Così gli occhi spaziano, la mente vola e una strana, ma piacevole sensazione, si fa strada nel mio animo.
Mi sento a casa. E poco importa se sono ad Heraklion, a Trieste, oppure a Helsinki, per me fa lo stesso, perchè mi sento bene.
I pescatori, invece, sono dei tipi strani, schivi, di poche parole, e per nulla accoglienti. Non ti mettono affatto a tuo agio, nonostante la tua frenesia di attaccar bottone e di far loro mille domande, su quale vento tiri, sul pesce pescato, sulle sciagure passate e sui misteri del mare. Loro non te lo diranno mai, e neppure ti daranno retta. Sei come un fantasma per loro, un profano che non conosce le sofferenze del mare.
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Eppure io, almeno una volta me l’ero vista brutta, in mezzo al mare, quasi ci lasciavo le penne.
Mi trovavo a Panama, disperso nel mar dei Caraibi tra le isolette incantate dell’Arcipelago di San Blas, un territorio autonomo abitato dai kuna yala, uno strano popolo che vive di pesca, e porta delle perline colorate ai polpacci.
Eravamo arrivati lì dopo mille fatiche, e molte altre ancora ne avremmo dovute passare per arrivare a Panama City.
Mi trovavo in quelle acque calde e trasparenti, assieme a due pescatori del luogo che avevo ingaggiato affinché mi mostrassero qualcuno dei loro paradisi perduti. Avevano mantenuto la parola e mi avevano portato su un’isola piuttosto piccola, con al centro una fitta vegetazione, e tutt’attorno sabbia bianca, sottile, come fosse borotalco. Un Paradiso!
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I colori delle acque ammaliavano per la loro bellezza, la loro gradazione andava dal verde acqua al blu cobalto, ed i miei occhi increduli sognavano pur essendo aperti.
Avevo esplorato i fondali con una maschera ed un tubo alquanto rudimentali, che mi avevano passato i due pescatori e, durante l’immersione, ero riuscito a scorgere anche due squaletti di barriera. Me l’ero goduta, e non poco. Avevo ristorato il corpo ed ovviamente anche l’animo, stanco dai troppi viaggi.
Il sole era però ormai allo zenit, ed i due uomini mi dissero che era tempo di andare. Dopo le 12 sarebbe cambiata la marea, e così il mare avrebbe incominciato a gonfiarsi. I Caraibi sono un incanto, eppure sanno essere anche spietati.
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Ripartimmo alla volta di Corazon de Jesus, una delle tante isole a sud di Cartì. Lì hanno persino una scuola ed un campo da calcio, qualche attività commerciale e molte capanne. Noi eravamo distanti un’ora di navigazione, pensai che sarebbe stato bello attraversare le acque di quei Caraibi sconosciuti. Mi immaginai di essere uno dei personaggi dei libri di Mutis, o meglio ancora di Conrad, e quelle fantasie mi facevano ingrossare il petto dall’orgoglio. Ritornai con la mente alla nostra barchetta, che proseguiva di gran carriera, in quel mare davvero magico.
Poi ad un tratto, il motore cominciò a perdere colpi, tossì, sussultò, fino a che non si fermò del tutto.
Rimanemmo preoccupantemente in balia della corrente. A quanto pare era finito il carburante. I due tipi si erano semplicemente intascati i mie soldi, senza pensare a rifornire il serbatoio della barca del loro cugino, che non si immaginavano così…povero!
Intanto le onde spingevano la barchetta verso la barriera corallina con un incedere inesorabile. Il mare era grosso, il sole a picco e come se non bastasse, le acque erano infestate dagli squali. Dopo aver perso i primi minuti ad imprecare contro la sprovveduta mentalità dei due “pescatori”, capii che era tempo perso e soprattutto energia sprecata. Il mare non ci avrebbe comunque risparmiato.
Ripensai al tragitto che avevo fatto per giungere sin li, mentre la paura cominciava a serpeggiare tra i labirinti del mio cervello. L’eco del mare si insinuava tra i miei pensieri, come una murena maculata che esce dal proprio alcova per attaccare la preda ignara. Quel mare che avevo tanto amato, si preparava ad accogliermi nel modo più sarcastico. Le onde aumentavano, il sole si faceva sempre più forte sopra di noi, e la barriera corallina, su cui si infrangeva la corrente, si avvicinava. Data la forza di quel mare, la nostra barchetta in legno si sarebbe frantumata al minimo impatto.
Inoltre, pericolose sagome scure si aggiravano nel chiaro di quelle acque subdole. Dovevano essere squali! Deglutii, mi guardai intorno ed incontrai lo sguardo dei due miei “compagni”. Era evidente che non sapessero cosa fare. Si mortificarono. Poi ad un tratto,  tutto cambiò, il cielo si scurì all’improvviso, nubi  plumbee si addensavano minacciosamente, ed un rumore piuttosto soave, come di motore, attirò la mia attenzione. Mi girai a 360 gradi, in cerca di conferme, ed ecco avvicinarsi un minuscolo canotto. Procedeva di gran carriera, nonostante i pochissimi cavalli del suo motore.
Era un tender diretto chissà dove, giacché nei paraggi non si vedeva gran che, a parte qualche isolotto desolato in lontananza.
Scattammo in piedi e cominciammo a gridare per attirare la sua attenzione. I due uomini ci notarono e virarono verso di noi. Quando si avvicinarono, ci fecero alcune domande, sorpresi di trovarci in quella situazione. Erano francesi. Senza esitare ci tesero il mezzo marinaio e ci trascinarono fuori dalla corrente, non senza difficoltà.
Dopo aver fatto il loro dovere, se ne andarono senza curarsi delle nostre riverenze.
Ci avevano salvato. Di lì a poco arrivò anche un’altra barchetta, era il famoso cugino dei due miei “compagni”. Ormai eravamo fuori pericolo. Il tempo di ricaricare il serbatoio con del carburante e ripartire. Incrociai lo sguardo dei due ragazzi, e mi sentii loro complice. Ripartimmo di lì a poco verso la nostra isola, sotto un temporale tropicale.
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Percepivo tutta la furia di quel Mare, di quei Caraibi sconosciuti che incombevano sulle mie suggestioni. Avrei sognato quelle acque per molto tempo ancora.
Dopo pochi minuti eravamo già zuppi. Sentivo il vento sulla faccia ed una fresca brezza sulla pelle. La pioggia ci era giunta come una redenzione. Mai mi ero sentito così vivo, e così bagnato!
 Per tutto il viaggio di ritorno ripensai ai due personaggi che ci avevano tratto in salvo.
A giudicare dal loro sguardo cupo e dalla pelle piena di tatuaggi sbiaditi, non dovevano essere del luogo. Ma da dove erano arrivati? E dove stavano andando? Erano sgattaiolati troppo in fretta per scoprirlo, e forse non era nemmeno giusto ch’io lo sapessi.
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Infine, il dubbio si fece curiosità e la curiosità sorpresa, così affermai tra me e me: e se fossero due marinai? Ma certo, probabilmente erano pescatori che erano andati a rifornirsi sulla terra ferma per poi tornare al loro peschereccio.
Ed allora ripensai ad Heraklion, a Helsinki, a Trieste, ad Ortona, e a tutte le città di mare  che con i loro porti, popolano le coste dei nostri sogni. In sin dei conti, sono dei luoghi pieni di storie.
I pescatori, invece, sono dei tipi strani, schivi, di poche parole, e per nulla accoglienti!!!!
Rocco D'Alessandro

Archeologo, accompagnatore turistico e traduttore, ama leggere e fare sport di ogni genere.

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